Notule
(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)
NOTE
E NOTIZIE - Anno XXIII – 17 ottobre 2026.
Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org
della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia”
(BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi
rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente
lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di
pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei
soci componenti lo staff dei
recensori della Commissione Scientifica
della Società.
[Tipologia del
testo: BREVI INFORMAZIONI]
Malattia di Parkinson: un tipo di
microglia può proteggere i neuroni dopaminergici. Hung-Ju
Chueh e colleghi hanno scoperto che un tipo di microglia può eliminare
aggregati di α-sinucleina che si formano de novo nei neuroni
dopaminergici per triplicazione del gene della sinucleina o innescati da
fibrille. Il processo avviene mediante un meccanismo contatto-dipendente,
finemente regolato da segnali di rilevazione e di inibizione, e implica la
fagocitosi selettiva di sub-compartimenti del neurone (trogocitosi),
indipendentemente da TREM2 e fosfatidilserina. In presenza degli aggregati,
queste cellule microgliali vanno incontro ad una specifica attivazione definita
da cambiamenti trascrizionali ed espressa con modificazioni morfologiche.
I ricercatori, mediante il
sequenziamento da singola cellula, hanno individuato il cluster specifico
di DAM (disease-associated microglia)
responsabile di questo effetto benefico, identificando in GPNMB l’effettore
chiave dell’eliminazione degli aggregati tossici da parte dei lisosomi della
microglia. Il blocco del recettore di IL-10, che aumenta la risposta
fagocitica, potrebbe costituire la strategia da sfruttare per sviluppare una
nuova terapia [Cfr. Science Translational Medicine
– AOP doi: 10.1126/scitranslmed.adz9258, 2026].
Malattia di Alzheimer: nell’ippocampo di
sinistra il recettore mGlu5 perde la sua prevalenza. Il
recettore metabotropico del glutammato mGlu5 presenta un’asimmetria di distribuzione
nel cervello sano, con una densità nell’ippocampo di sinistra molto maggiore di
quella dell’ippocampo di destra. In due modelli sperimentali di malattia di
Alzheimer questa specificità si perde, perché l’ippocampo di sinistra si
impoverisce di mGlu5. Charleine Zussy
e colleghi hanno accertato che non si tratta di una semplice perdita regionale
di espressione di recettori, ma della perdita di una lateralizzazione
funzionale fisiologica, ristabilendo la quale con metodi foto-farmacologici, si
può avere un recupero di memoria. Evidenza che suggerisce la sperimentazione di
questa strategia terapeutica. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2535413123,
2026].
Malattia di Alzheimer: la rimozione
dell’amiloide ha ridotto la patologia tau nelle stesse aree. Christopher
A. Brown e colleghi hanno riportato il caso clinico-patologico di un paziente
affetto da malattia di Alzheimer, trattato con aducanumab (30 dosi in 4.5 anni)
e poi studiato post-mortem, confrontando i reperti con i precedenti dati
di neuroimmagine (MRI, PET per l’amiloide e PET per tau). A quattro anni
dall’ultima dose di aducanumab, lo studio istopatologico ha rivelato che le
regioni cerebrali in cui si era avuta la rimozione delle placche amiloidi
presentavano anche una netta riduzione della patologia legata alla
degenerazione neurofibrillare della proteina tau, che è notoriamente più
strettamente associata al declino cognitivo. Per quanto l’evidenza emersa, e da
noi verificata, è fortemente suggestiva di un’efficacia indirettamente estesa alla
patologia tau, riteniamo sia importante sottolineare che si tratta di un unico
caso. [Cfr. JAMA 336 (14): 1247-1256, 2026].
Disturbi dello spettro dell’autismo
(ASD): il ruolo della vitamina D nel processo neuroevolutivo. Uno
studio su 207 bambini affetti da ASD e 209 normotipici, finalizzato a
individuare un rapporto tra livelli di vitamina D, ritardo evolutivo e anomalie
cerebrali nei casi di ASD, ha rilevato che i bambini affetti presentavano
ridotti livelli di 25(OH)D sierica e, nel gruppo ASD, i livelli erano
significativamente associati alle misure cliniche e agli specifici dati fMRI a
riposo. Pu Tian e colleghi suggeriscono che alcuni dati di misura cerebrali
possano svolgere un ruolo di mediazione nell’associare lo status della vitamina
D agli esiti evolutivi, suggerendo vie neurobiologiche potenzialmente legate ai
disturbi dello spettro autistico. [Cfr Psychiatry Research – AOP doi:
10.1016/j.psychres.2026.117507, Oct. 9, 2026].
Una mappa cerebrale nascosta:
l’architettura lipidomica del cervello del topo. L’importanza
dei lipidi per la trasmissione sinaptica e per la propagazione del segnale è
cruciale, e sappiamo che alterazioni nella composizione lipidica delle
strutture del sistema nervoso centrale sono presenti in neuropatologie
frequenti e rare, ma finora l’organizzazione spaziale del lipidoma cerebrale
dei mammiferi non è stata definita con precisione. Luca Fusar Bassini e
numerosi colleghi hanno delineato questa architettura dei lipidi di membrana
nel cervello di topi adulti, in scala micrometrica, in entrambi i sessi e
durante la gestazione.
Questo Atlante Lipidico del Cervello
rivela che le molecole grasse delle membrane realizzano una struttura
biochimica a grana fine, corrispondente all’anatomia funzionale territoriale.
L’eterogeneità spaziale forma una mappa di “zone lipidiche” (lipizones). Attraverso le lipizones,
i ricercatori hanno 1) definito i principi di organizzazione del lipidoma
della materia grigia, in rapporto alla connettività e alla
citoarchitettura; 2) scoperto un’asse di eterogeneità degli
oligodendrociti nella sostanza bianca; 3) trovato una zonazione
biochimica nel plesso coroideo e nelle pareti ventricolari.
Questa architettura lipidomica cambia con le necessità fisiologiche. [Cfr.
Nature 658, 205-217, 2026].
Come ascolta le parole il cervello del
cane che non ha una base di memoria inferenziale linguistica? L’apparente
comprensione da parte dei cani di ciò che dicono loro i padroni, confermata
dall’esecuzione dei comandi e dalle reazioni coerenti col valore significativo
del tono della voce e della comunicazione non verbale che le accompagna, motiva
il gran numero di studi sull’inferenza acustica del significato e
sull’apprendimento verbale di un animale non dotato di parola. Ma, come ascolta
ciò che sente il cervello del cane?
Un nuovo studio elettrofisiologico
condotto da Boglarka Morvai e colleghi, ha rilevato mediante
elettroencefalogramma (EEG) la risposta elettrica specializzata agli engrammi
acustici codificanti i vocaboli uditi: il cane concentra l’attenzione sulle
consonanti, piuttosto che sulle vocali come molti si attendevano. Ma la
particolarità è che questa preferenza automatica per le consonanti assomiglia
molto a quella umana. [Cfr. Science 393 (6818): 1354-1358, 2026].
Le vocalizzazioni dei cori di elefanti
costituiscono uno specifico segnale multiplo con codice di identità del gruppo.
Sappiamo
che gli elefanti in gruppo modificano la timbrica e la tonalità della voce per
imitarsi fra loro, ma fino ad oggi non si era apprezzato lo straordinario
valore comunicativo di questo comportamento. Joyce Poole della “Elephant Voices”,
organizzazione non-profit con base a Washington D. C., nel 2005 pubblicò uno
studio che dimostrava la capacità di imitazione vocale reciproca degli elefanti
della savana (Loxodonta africana), ora, con Louis Mahon, Sara Keen e
altri, ha approfondito il comportamento vocale dei gruppi di elefanti che si
fermano ad eseguire “cori” multi-richiamo, studiando mediante modelli di machine
learning 902 registrazioni di rumble raccolte nel corso di circa 40 anni.
Ordinariamente i “rumbles”,
letteralmente mormorii o borbottii – ossia versi di bassa frequenza emessi
secondo una gamma definita di modulazioni – sono impiegati dagli elefanti per
comunicare, soprattutto per segnalare informazioni riguardo lo stato
individuale e ambientale del momento.
Lo studio dimostra che i versi di bassa
frequenza codificano il contesto comportamentale e l’identità di chi emette la
vocalizzazione, fornendo una nuova evidenza che i cori di elefanti
funzionano come segnali del gruppo di individui che rappresentano in
codice il contesto mediante i pattern di convergenza acustica e
la loro specifica composizione. [Cfr. Scientific Reports – AOP doi:
10.1038/s41598-026-68525-3, October 2026].
Scoperta sul DNA della tartaruga
Jonathan considerata l’animale più vecchio del pianeta. Passiamo
dalla minuscola tartarughina a due teste della scorsa settimana a Jonathan, la
tartaruga gigante custodita e coccolata sull’isola di Sant’Elena come l’animale
più vecchio del mondo con i suoi 194 anni. Ve ne ricordate? Abbiamo parlato del
suo comportamento in queste notule.
Studiando il DNA ottenuto dalla saliva
della tartaruga gigante (Aldabrachelys
gigantea) probabilmente giunta a Sant’Elena dall’atollo di Aldabra, da cui
provengono le conspecifiche impiegate per controllo, i ricercatori hanno
identificato 287 geni con varianti uniche, esclusive di Jonathan. Di questi
geni, sulla base delle attuali conoscenze, 41 sono ritenuti funzionalmente
rilevanti per la sopravvivenza e la regolazione dei sistemi dell’organismo.
Alcuni di questi geni, implicati nelle funzioni mitocondriali e giudicati per
metilazione e variazioni entropiche della metilazione, erano giovani come
quelli di una tartaruga Aldabra di 5 anni; se pensiamo che la vita media di questi
rettili è di circa 80 anni, possiamo fare un paragone diretto con la nostra
specie.
Benjamin Vaisvil e colleghi coordinati
da Stephen W. Clark, che hanno condotto lo studio, hanno scoperto che le
regioni a minore entropia del metiloma erano arricchite di geni promotori
implicati nella catena di trasporto elettronico mitocondriale e nel metabolismo
dell’RNA. Questo indica che la trascrizione altamente fedele dei geni di
queste vie è cruciale per la longevità. [Cfr. Vaisvil B., et al.
Science Advances – AOP doi: 10.1126/sciadv.adw8887, October 7, 2026].
Da Jonathan a Maria Morera, la persona
più longeva conosciuta, un filo conduttore nel DNA. Quando
Maria Branyas Morera, dichiarata la persona più anziana del mondo con i suoi
117 anni, è stata studiata per scoprire le ragioni della sua longevità, oltre
ad averle trovato un microbioma straordinariamente “giovane” e un sistema
immunitario molto efficiente, i ricercatori hanno reperito in lei varianti
geniche omologhe di quelle associate alla longevità in varie specie
animali. Di passaggio, dopo aver detto che la signora Moreira non ha mai fumato
e bevuto alcoolici, ricordiamo la vita attiva e la dieta mediterranea seguita
dall’ultracentenaria spagnola, che mangiava quotidianamente verdura con olio di
oliva, legumi e frutta in abbondanza, oltre a tre porzioni di yogurt senza
zucchero al giorno. Tale regime, oltre a tenere il colesterolo ematico a un
livello estremamente basso e nella norma gli altri dati ematochimici salienti,
contribuiva a conservare un’alta percentuale di Actinobatteri,
incluso il ben noto probiotico Bifidobacterium,
che declina sempre con l’età e rimane elevato in centenari e supercentenari.
Ricercatori come Manel Esteller, che
hanno intervistato la signora Morera, hanno riportato un’impressione di grande
serenità; si tratta di una costante rilevata nello studio dei centenari: un
bassissimo grado di attivazione dei sistemi dello stress. Conosciamo il
rapporto esistente tra iperattivazione dei sistemi dello stress, stato
di metilazione del DNA, danno epigenetico e invecchiamento, per questo vogliamo
sottolineare un tratto della fisiologia cerebrale e neurosomatica
caratterizzante la vita della maggioranza delle persone longeve: un alto stato
di attivazione con un bassissimo stato di stress dell’organismo. In altri
termini, una vita attiva e intensa come quella di chi compie esercizi motori
quotidiani ed esegue compiti stimolanti a un alto ritmo, ma senza allarme,
ansia, paure o preoccupazioni in grado di iper-attivare i sistemi neuronici
dello stress. [Fonte: BM&L-International, October 2026].
Svelato il mistero di un dinosauro
dell’Isola di Wight studiando un cranio mai descritto prima. L’Isola
di Wight, entrata nel mito musicale di due generazioni per le edizioni del
festival rock del 1969 e 1970 cui parteciparono Jimi Hendrix, Bob Dylan, Joe
Cocker, Who, Joan Baez, Miles Davis, Jethro Tull, Emerson, Lake & Palmer,
Rolling Stones, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Donovan e tanti altri, è
caratterizzata da una formazione geologica del Cretaceo inferiore che abbonda
di fossili di dinosauri, anche se sono rari i resti di Teropodi. Cassius
Morrison e colleghi hanno studiato un cranio che era stato accantonato e fino a
oggi non era mai stato descritto e classificato, scoprendo che apparteneva a
una specie di Teropode sconosciuta. I crani di questi dinosauri sono
generalmente considerati invarianti per morfologia e filogenesi e, dunque, non
sono analizzati in dettaglio per definire la specie, ma Morrison e colleghi
hanno trovato elementi sui generis proprio nei caratteri del
neurocranio.
Il condilo occipitale sub-circolare, il
forame magno sub-ovale e la presenza di una cresta sagittale nucale indicano
che il nuovo coelosauriano appartiene ai Megaraptora, come membro precocemente divergente in senso
filogenetico, all’interno di un gruppo parafiletico di taxa eurasiatici.
Battezzato Invictibellatrix amberina, il Teropode ha consentito di definire un
nuovo genere e di ricostruire la storia della diversità coelosauriana
in Europa nel Primo Cretaceo, che ora include tirannosauroidi,
maniraptoriformi e megaraptoriani.
[Cfr. Royal Society Open Science,
13 (10): 260937, October 14, 2026].
È cambiato il sistema nervoso della
lumaca di mare arcobaleno migrata al nord? È semplicemente
uno spettacolo vedere questo mollusco arcobaleno il cui corpo è ricoperto di
innumerevoli tentacoli lisci (cerata), ciascuno di colore iridescente; cioè il
tentacolo alla base è in genere viola, poi più avanti si fa azzurro, si sbianca
e passa al giallo, che diventa più intenso fino alla punta rossa. La lumaca di
mare arcobaleno (Babakina anadoni), in inglese rainbow
sea slug, vive in acque
calde e, quindi, l’avvistamento a Porthpean Beach, in
Cornovaglia, è stato riportato in questi giorni con molto risalto dalla BBC,
quale segno del mutamento climatico. L’adattamento alle temperature più basse
ha comportato il setting di un nuovo equilibrio neuroendocrino; dovremo
attendere gli esiti dello studio volto ad accertare differenze nel sistema
nervoso e nel comportamento con gli esemplari che vivono nelle acque più calde
prossime alle coste del sud di Spagna e Portogallo. [BM&L-International,
October 2026].
Notule
BM&L-17 ottobre 2026
________________________________________________________________________________
La Società
Nazionale di Neuroscienze BM&L-Italia, affiliata alla International Society
of Neuroscience, è registrata presso l’Agenzia delle Entrate di Firenze,
Ufficio Firenze 1, in data 16 gennaio 2003 con codice fiscale 94098840484, come
organizzazione scientifica e culturale non-profit.